Tra tutte le feste comandate, il capodanno è quella che più mi da sui nervi. Prima di tutto perché a mezzanotte e un minuto del 16 agosto amici e conoscenti cominceranno a chiederti cosa farai la notte di San Silvestro.
Per me, che di solito non riesco a programmare neanche cosa mangiare a cena, questi palinsesti risultano piuttosto fastidiosi. Personalmente poi ho smesso di festeggiare capodanno sei anni fa, quando mi trascinarono a un veglione in una località non ben identificata vicino ai Castelli: alle 22 e 30 cominciarono a suonare Lauretta mia figlia adorata. Tentai di affogarmi nella fontana del ristorante. Purtroppo l’acqua era ghiacciata.
Tra l’altro gli ultimi dodici mesi non sono stati malaccio, qualche soddisfazione me la sono presa: l’unico neo è che alcuni, tra agenzie interinali e multinazionali, hanno messo una taglia sulla mia testa e quando faccio tardi al lavoro devo guardarmi le spalle a vista per scongiurare tentativi di attentato.
Certo, episodi spiacevoli ce ne sono stati: come dimenticare il disgusto provato davanti a un noto personaggio tv, che durante un incontro prima della diretta, prese un cotton fioc e con noncuranza se lo ravanò nel naso. Subito dopo, con altrettanta noncuranza, gettò lo stesso cotton fioc sul pavimento continuando amabilmente la conversazione con la sottoscritta.
Mi mancherà dannatamente questo duemilaesette.
Scaccolamenti a parte.
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