Una lenta e continua disperazione, che si annida tra i gesti, le abitudini, le routines quotidiane, divenendo anch’essa abituale, solita, conosciuta.
La storia di Sara è anche quella di migliaia di giovani, aggrappati ad una speranza per il loro futuro con le unghie e con i denti, appesi ad un lavoro precario, in balia delle altalenanti sorti dell’economia mondiale, confusi dalle mille possibilità che la post-modernità offre, al tempo della rete e della connessione globale.
Sara si butta a capofitto nella vita, non accetta di essere schiacciata, di annullarsi e di arrendersi di fronte al fantasma della disoccupazione ed agli stereotipi tradizionali: Sara non diventerà una casalinga frustrata come sua madre, non vivrà accanto ad un uomo che l’ha tradita, e lotterà strenuamente contro la precarietà, il peggior nemico dei nostri giorni.
Nel mondo globale, dove tutto ha un prezzo, questa intraprendente trentenne si mette in vendita, come una merce ad un’asta su E-bay, attirando l’attenzione di tv e carta stampata, nonché di un’opinione pubblica divisa tra lo sdegno, l’interesse e la preoccupazione.
“Se ogni precario d’Italia trovasse il modo di sfruttare la propria rabbia compiendo un minimo gesto, le cose potrebbero cominciare a cambiare (…) Continuare a star zitta e inghiottire il rospo con la testa china non riesco più a farlo, senza contare che le umiliazioni nei nostri confronti sono all’ordine del giorno”.
E Sara si vende a caro prezzo: chiede in cambio la dignità di un lavoro, che, come tutti sanno, “nobilita l’uomo”. Quando non è precario.
Approfitto di questo post per porre un quesito: la precarietà femminile è uguale o peggiore di quella maschile?
Potete anche accusarmi di essere femminista, però rifletteteci. A parità di contratto di merda, il capo ha voglia di un caffè: chi porterà il vassoio, l'uomo o la donna?

















