venerdì, 29 febbraio 2008

Dovunque io volga lo sguardo - televisione/radio/portali web/cartelloni stradali - mi accorgo che in giro è pieno di candidati politici che mi promette di abbassare le tasse.

Basta consultare su Google News i risultati che si ottengono digitando: tra tasse Berlusconi e tasse Veltroni, è un florilegio di promesse paragonabili alle peggiori campagne di pubblicità ingannevole. Mi sento come quando vedo in tv la C3 a 8000 euro, poi vado dal concessionario e me ne chiedono almeno dodicimila se la voglio col volante.

Personalmente non credo che il mio voto andrà a nessuno di questi illusionisti della finanza magica: il fatto che io paghi meno tasse vuol dire che la situazione in Italia non cambierà di
un millimetro. Non si investirà sulla formazione, su servizi sociali, sull'ambiente e i signori furbetti continueranno a dare appalti per ospedali che non saranno mai completati mentre intascano mazzette.

Tempo fa singolarmente sono venuta a conoscenza, purtroppo da un comico quale Maurizio Crozza, di una frase pronunciata da De Gasperi, che dovrebbe far riflettere a fondo l'attuale classe dirigente: i politici pensano alle prossime elezioni mentre gli statisti pensano alle prossime generazioni.

Io sono cresciuta con questo insegnamento: mio padre, a un mese dalla pensione, ha scioperato per proteggere i diritti miei, di mia sorella e delle prossime generazioni di lavoratori. Dal basso dei miei mille euro precari sono sempre stata contenta e orgogliosa di pagare le tasse perché è chiaro che nella situazione in cui ci troviamo dobbiamo guardarci in faccia e stringere i denti per ricostruire un futuro appena appena decente.

Sì, l'Italia può fare a meno di questi fattucchieri da politica o tanto varrebbe essere governati da Wanna Marchi e il Maestro Do Nascimento.

Ridatemi Padoa Schioppa quando afferma che le tasse sono una cosa bellissima.

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categoria:pensieri, riflessioni
mercoledì, 27 febbraio 2008

Nonostante in questi giorni si sputi fango su internet e sui blog in generale, a me è sempre capitato di fare incontri memorabili tramite la rete.

Tra le ultime conoscenze sono orgogliosa di citare Giuliana, una sceneggiatrice con le palle, purtroppo precaria come la sottoscritta.

Di seguito il resoconto della nostra prima chiacchierata, da lei redatto e disponibile anche qui

"Ho incontrato Serena Basetti quattro volte.

La prima volta era Saradisperata. Mi guardava da una parete in Feltrinelli. Il suo romanzo Mi vendo era appena uscito. Ammetto la mia ignoranza: non sapevo nulla di Saradisperata, del blog e di tutto il clamore suscitato da questo post esattamente un anno prima.

C’era sul libro un’etichetta, di quelle che le case editrici mettono per segnalare qualche fenomeno, qualche adattamento, o solo per attirare l’attenzione del lettore occasionale. Ho aperto il libro e sfogliato le prime pagine, poi sono arrivata al quarto di copertina dove era segnalato il blog.

Non ho comprato il libro, quel giorno. Ho preso nota dell’indirizzo del blog e sono uscita da Feltrinelli per raggiungere il luogo dell’appuntamento che mi vedeva in anticipo. 

La seconda volta che ho incontrato Serena era ancora Saradisperata. Era sul suo blog. Qualche giorno dopo il primo incontro in libreria. È lì che ho letto per la prima volta fino in fondo il testo dell’annuncio. E mi sono detta ‘ma come? In libreria sembrava un libro di sesso…’

Questo era evidentemente un annuncio che parlava di qualcos’altro. E questo qualcosa somigliava a certe battute pronunciate in quei momenti di sconforto davanti alle amiche, quando ti chiedi se il rimedio migliore alla mancanza cronica di soldi per pagare l’affitto non sia andare dalle parti di Viale Zara se ti trovi a Milano, oppure di Caracalla se vivi a Roma. In parole povere, ipotizzi la prostituzione del corpo. Ma solo per scherzo, come ipotesi impossibile da realizzare e soprattutto inconfessabile davanti ad amici e parenti.

Anche perché sei la prima a non crederci.

Saradisperata, al contrario di me, aveva il coraggio di scrivere nero su bianco che era disposta a una notte di sesso in cambio di un posto di lavoro.

Era chiaro come il sole che un post del genere aveva un intento provocatorio. Ma per scriverlo ci volevano davvero due palle… pardon, due tette così! (mimate con le mani il paio di tette più grande che riuscite a immaginare).

Continua...

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categoria:recensioni, libri, mi vendo
martedì, 26 febbraio 2008

Rieccoci a quel periodo pre elettorale nel quale i candidati aspiranti premier fanno a gara a chi la spara più grossa. Leggendo i programmi presentati da Uolter e Silvio però sembra quasi che si siano messi d'accordo per non fare troppo i gradassi l'uno nei confronti dell'altro.

Ecco cosa ha in mente il Partito Democratico in materia di lotta al precariato:

Contro la precarietà del lavoro, l’idea è quella di attuare la sperimentazione di un compenso minimo legale con 1000, 1100 euro mensili per i collaboratori economicamente dipendenti, l’allungamento del periodo di prova, l’incentivazione dell’apprendistato, forti incentivi a chi assume a tempo indeterminato, durata massima di 2 anni per contratti atipici, l’estensione delle tutele fondamentali a tutti i lavoratori. Deve essere garantita, inoltre, la continuità dell’occupazione facendo della formazione permanente un nuovo diritto di cittadinanza, con la tutela del reddito in caso di disoccupazione e con un sistema efficiente di servizi per il reimpiego.

Questo invece è quello che ci propone Silvio, che sfortunatamente non è ancora definitivo:

a) Garanzie pubbliche per i “prestiti d’onore” e per il finanziamento d’avvio a favore di giovani che iniziano l’attività d’impresa;
b) Totalizzazione dei periodi contributivi;
c) “Bonus locazioni”, per aiutare le giovani coppie e i meno abbienti a sostenere l’onere degli affitti;
d) Sul modello storico delle “casse edili”, ripresa del sistema delle mutue che, con sostegno pubblico e privato, garantiscono alla massa dei giovani assistenza sociale in caso di non lavoro e di bisogno;
e) Introduzione di un credito d’imposta per le imprese che assumono giovani o che stabilizzano lavoratori precari.

Io, il nodo al fazzoletto, l'ho fatto. Spero di non doverlo usare fra un anno e mezzo per asciugarmi le lacrime di delusione.

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categoria:pensieri, riflessioni
domenica, 24 febbraio 2008

A distanza di un anno e mezzo in cui promettevo una notte di sesso in cambio di un contratto di lavoro il post in questione continua a scatenare dibattiti in rete: qui e qui due interessanti dibattiti scaturiti da quella provocazione che si allargano poi al precariato, vero punto focale dell'iniziativa.

Quello che mi viene contestato, soprattutto dopo l'uscita del libro, si riassume nel commento di un blogger che riporto in quanto esemplificativo dell'opinione di molti detrattori:

La vecchia legge del mercato produce un'altro mostro. un libro confezionato con un'idea in vendita, anzi una gnocca (finta). Finta, perchè Sara l'avrà data un po' a tutti prima di decidersi a venderla (insomma, collaudata). Poi le femministe, giustamente, vanno in giro a difendere la 194, però, di passaggio potrebbero anche raggiungere questa figliola e, per l'ultima volta usare ago e filo per cucirgliela, perchè se fossi donna, un libro del genere mi ferirebbe più di una violenza carnale.

Non fanno altro che ripeterci che il mondo è cambiato, che dobbiamo essere flessibili. Ho fatto tesoro di questa lezione e anche dei preziosi principi di marketing che sbandierano le multinazionali per cui ho lavorato in questi anni.

Col sesso si riesce a vendere un tubetto di silicone così come un chilo di pasta, senza che nessuno pensi di scoparsi la modella della pubblicità mentre si prepara un piatto di rigatoni alla carbonara.
Io ho venduto la mia protesta e a quanto pare ha funzionato. Può sembrare cinico e forse lo è: poi chi si è voluto fermare allo start lo ha fatto, il resto ha colto il nocciolo della questione e questo mi soddisfa quanto basta. 

Se chi mi critica avrà modo e voglia di leggere il libro si accorgerà che in vendita non ci sono mai stata: l'abito spesso non fa il monaco, poi se vorranno continuare a guardare il dito anziché la luna, amici come prima.

Senza rancore. 

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categoria:pensieri, lavoro, sesso
giovedì, 21 febbraio 2008

Per ovvi motivi da un anno a questa parte sono fortemente intrigata dai meccanismi editoriali, che seguo attraverso blog come questo, ma che non riesco pienamente a comprendere.
Riporto lo stralcio di un articolo tratto da L'Internazionale

Anche se i capolavori sono molto rari, il mercato esige che le librerie vengano sommerse ogni anno da nuovi titoli, spesso senza valore. In Croazia (ndb: e forse non soltanto lì) il successo di un libro dipende molto dagli editor delle case editrici. Spesso pubblicano le opere dei loro amici. A volte pubblicano dei libri per motivi politici o per ragioni che non hanno niente a che vedere con il loro valore letterario.

Succede lo stesso con il premio Nobel per la letteratura: lo vinci se sei di un certo orientamento politico, se vivi in un paese che fa notizia, se hai rilasciato dichiarazioni importanti e soprattutto se hai passato un periodo in prigione. Lo prendi per motivi che non sono letterari: la cosa più importante è l’attività sociale. Per questo nella lista dei vincitori del Nobel figurano scrittori di dubbio talento. E sempre per questo alcuni scrittori veramente grandi non lo vinceranno mai.

Tornando alla domanda: gli editor, gli agenti e i buoni amici sono pronti a dire allo scrittore se le sue pagine hanno un valore letterario. Se un libro è scritto bene si vede dalla prima pagina. Per il modo in cui la storia ti cattura, per come all’improvviso ti trascina nella lettura, facendoti dimenticare il resto. Italo Calvino lo sapeva benissimo, e chi scrive come lui è senza dubbio un ottimo scrittore. Peccato che nessuno oggi scriva come lui.

Il pezzo è stato scritto da un'autrice croata che ha anche una piccola casa editrice: siete d'accordo? E secondo voi perché un libro diventa un best seller? O meglio, quali caratteristiche deve avere per diventarlo?

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categoria:pensieri, riflessioni, libri
mercoledì, 20 febbraio 2008

Dopo il varo del protocollo Welfare ho sentito persone che si sono rifiutate di leggere la parte riguardante le pensioni.
"Perché?" ha domandato una sindacalista.
Non vogliamo mica montarci la testa, le hanno risposto, visto che un lavoro che ci permetta di andare in pensione non ce l'abbiamo.

Credo sia più o meno per questo motivo che da un sondaggio reso noto in questi giorni sul mondo del lavoro viene fuori che circa l'84% di ragazzi dai 18 ai 34 anni non conosce il significato della parola flexicurity.

Il termine, che sembra il titolo del sequel di Matrix, si riferisce ad un tipo di flessibilità nel lavoro accompagnata da ammortizzatori sociali: molto presente in alcuni paesi europei, specialmente a nord, ma lontana anni luce da queste parti. Se è vero che in Danimarca si può licenziare con molta facilità, è anche vero che i danesi durante i periodi di inattività non solo percepiscono il 90% dello stipendio ma vengono anche aiutati a qualificarsi ulteriormente frequentando dei corsi di formazione.

E cosa si fa qua? Si propongono mille euro: noi, qui, siamo scienza, non fantascienza.

Comunque per approfondire l'argomento una presentazione molto interessante la trovate sul blog di Humanitech.

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categoria:pensieri, riflessioni, lavoro
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